Settembre, si sa, è il mese dei nuovi inizi e dei buoni propositi.

Se quest anno insieme al corso di yoga, la palestra, l’attenzione per l’alimentazione, aggiungessimo anche una buona e sana digital detox?

Scopriamo insieme cosa sia e perché tutti ne parlano! E’ solo l’ultima moda degli imprenditori oppure potrebbe essere una sana abitudine per tutti?

Il termine digital detox letteralmente significa ‘disintossicazione digitale’. Si intende cioè spiegare che sia possibile allenare corpo e mente ad una nuova e più sana gestione delle tecnologie che costantemente invece abbiamo sotto gli occhi. Non sarebbe dunque un taglio drastico al superfluo, bensì una rieducazione all’utilizzo di tutte le tecnologie in maniera intelligente e consapevole.

Di intossicazione digitale si potrebbe parlare per ore toccando diversi aspetti relativi ad abitudini sbagliate e priorità ormai completamente ribaltate. Pensa solo a quante volte ci si sveglia in piena notte per controllare le notifiche dello smartphone o le mail: un impulso quasi involontario che disturba il sonno e la mente.

Non si può definire con certezza quando sia spopolata questa dipendenza ma certamente più le tecnologie avanzano e più parallelamente cresce ed aumenta il bisogno di starci dietro e riuscire a seguire tutta la realtà virtuale.

Inizialmente si andava in panico quando non c’era campo al cellulare: ora si è diventati quasi spasmodici anche nei riflessi di sblocco tastiera dello smartphone.

Se dall’altra parte del mondo, in America, si sta già cercando di agire per correggere le abitudini dannose nei confronti delle tecnologie, in Italia di contro, a lanciare questa tendenza sono stati proprio i giovani imprenditori iper tecnologici.

E’ stato testato che per migliorare la produttività e la resa professionale, sia consigliabile staccare la spina per un po’. Seguendo questo concetto si dice che si è sottoposti a stimoli ed input nuovi che miglioreranno i risultati professionali.

Questo succede perché presi dalla vita frenetica e dalle mille attività quotidiane da portare a termine, spesso diventa impossibile riuscire ad essere stimolati ed adeguatamente concentrati per studiare nuove strategie di business. Allora che si fa? Quando le tecnologie e l’utilizzo eccessivo dello smartphone per gestire il tuo business diventano troppo invasivi, è il momento di ripartire da zero.

Partendo dal presupposto che una sana digital detox debba iniziare da te e sopratutto dalla tua presa di coscienza in merito, è bene che si sappia che esistono anche delle App in grado di silenziare tutte le altre app. Se il tuo smartphone quindi smettesse di farti avere davanti agli occhi sempre notifiche ed aggiornamenti legati a rapporti professionali, tornerebbe ad essere un semplice cellulare.

Curare con maggiore attenzione i rapporti umani interessanti, quelli che potrebbero portare nuove collaborazioni, idee o accrescimenti personali e professionali, è un’abitudine che sta sempre più sfuggendo di mano. Le collaborazioni nascono online, sempre facendoci stare con gli occhi incollati su uno schermo.

DIGITAL DETOX: MOMENTO DI ESTREMA CONCENTRAZIONE E CREATIVITA’

Per gli imprenditori digitali nello specifico, questa disintossicazione serve non solo per ricaricare le energie ma anche e sopratutto come momento dedicato all’introspezione ed all’ideazione di nuove e brillanti idee. Tutte le professioni che abbiano a che fare con la creatività o comunque con il lancio di nuovi modelli di business, hanno bisogno delle giuste tempistiche di elaborazione dei progetti.

Come potresti pensare di lanciare un nuovo progetto online se durante la giornata sei preso dal pc e dallo smartphone che costantemente ti sottopongono a distrazioni?

Molto spesso quello che pensiamo sia produttivo ed utile, in realtà si rivela solo una distrazione che allontana dall’obiettivo finale.

 

 

 

 

Le homepage oggi, sono meno importanti? In un certo senso sì. Il motivo è semplice ed è legato alle abitudini degli utenti, sempre più guidati nella loro navigazione da motori di ricerca, blog e social media. Questi strumenti indirizzano gli utenti direttamente su contenuti specifici del nostro sito, bypassando sempre più spesso la nostra home. 
Noto, stranoto, misurabile.
Eppure non tutti sembrano aver ancora chiaro questo concetto, esclusi naturalmente gli esperti di posizionamento sui motori di ricerca (SEO), che sanno bene che la pagina principale del sito può non coincidere con la homepage, soprattutto nel caso di blog o siti che vengono aggiornati frequentemente.


Insomma, focalizzarsi in modo prevalente sul design della homepage, è come pretendere di scrivere un buon libro concentrandosi solo sul primo capitolo.


Qualche tempo, fa analizzando il mio sito con Analytics fa ho scoperto di essere esattamente nella situazione descritta: la mia “pagina principale” …sono tre articoli sulla leggibilità: nel tempo hanno raggiunto un buon posizionamento su Google e – nonostante io non sia una guru del tema – parecchi lettori sono interessati a questi articoli. Anche nel mio caso, quindi, la homepage è la pagina con più visite, ma il traffico ottenuto dagli altri articoli sommati  supera di gran lunga quello generato dalla home.

Mind the gap

Ciò che intendo dire, quindi, è che prima di spendere tempo ed energie prevalentemente sulla home, assicuriamoci di distribuire l’attenzione anche sul resto del sito: cerchiamo di capire (prima del go-live attraverso una rilevazione di bisogni approfondita; dopo il go-live con statistiche alla mano) ciò che interessa davvero i nostri utenti.
Smettiamo di realizzare siti autoreferenziali, ma progettiamo il sito a partire dalle persone: è a loro che deve essere utile. Diversamente, ciò che offriamo VS ciò che gli utenti vorrebbero trovare, rischia di essere simile  alla vignetta disegnata qui:

Ciò che è pubblicato nella HP del sito di un’Università VS ciò che cercano gli utenti sulla stessa Home Page. (Fonte vignetta: http://imgs.xkcd.com)

1. INDIVIDUA LA TUA SOCIAL VALUE PROPOSITION 

cioè definisci chiaramente che valori vuoi trasmettere tramite la tua presenza su Facebook. Rispondi quindi alla domanda: perchè le persone dovrebbero seguire il tuo brand? Da qui puoi facilmente ricavare le parole chiave che guideranno tutta la tua strategia di contenuti su Facebook.

2. DEFINISCI IL TUO OBIETTIVO

chiarendo a te stesso fin da subito dove vorrai arrivare con la tua presenza su Facebook, ti sarà più facile impostare una corretta strategia di contenuti.

Vuoi aumentare il tuo engagement? O la tua brand awareness (cioè la conoscenza, la percezione del tuo brand)? Vuoi avere nuovi lead o portare traffico sul tuo sito?

Tutto ciò è bene averlo chiaro fin da subito: porsi un obiettivo è il primo modo per raggiungerlo.

3. ANALIZZA IL TUO TARGET DI RIFERIMENTO

Devi conoscere chi sono i potenziali clienti e followers del tuo prodotto. Qual è il loro range d’età? E i loro interessi? Dove vivono? Sono uomini o donne?

Devi saper creare valore per loro, non per te, quindi devi sapere cosa può interessare loro e cosa no.

4. IMPOSTA UN PIANO DI CONTENUTI MENSILE…

Ho scritto mensile ma poi sarai tu a trovare il tuo intervallo di tempo perfetto: l’importante è avere davanti a te tutto ciò che proporrai nelle settimane successive, per avere un colpo d’occhio definito su ciò che stai per pubblicare. Cerca di diversificare i tuoi contenuti, di utilizzare strumenti diversi, evita di condividere gif per 4 giorni consecutivi ma magari alterna gif, foto, video, articoli. Non lasciare al caso il tuo piano editoriale!

5. …MA SII PRONTO A CAMBIARLO IN QUALSIASI MOMENTO

C’è una novità dell’ultimo momento? Una notizia in tempo reale? Non aver paura di stravolgere il tuo piano editoriale per fare del real time marketing!

6. TIENI SEMPRE D’OCCHIO LE METRICHE

Non scordare mai di controllare i tuoi risultati: quali post sono andati meglio, quali hanno ricevuto più like, in quali orari e in quali giorni hai avuto più risposta. Solo misurandoti sempre puoi migliorare davvero!

Il ruolo di un brand su Facebook è quello di creare contenuti di valore per le persone: questa è una regola da non dimenticare mai!

Oggi andremo a parlare del target del nostro pubblico negli annunci su Facebook. Perchè è molto importante definirlo? Perché senza un target ben definito del nostro pubblico su Facebook rischiamo di buttare gran parte dei soldi delle nostre inserzioni.

Nel momento della sponsorizzazione della nostra azienda tramite annunci su Facebook e su Google AdWords dobbiamo ben ricordarci che dietro questi due colossi abbiamo due “filosofie” totalmente differenti e che quindi anche il nostro lavoro dovrà essere molto diverso.

Con AdWords infatti dobbiamo essere in grado di immaginare la domanda che si porranno le persone di cui noi saremo la risposta. Noi stiamo cioè andando ad immaginare quale sia l’esigenza di coloro che già stanno cercando un servizio sul web e che noi andremo ad intercettare.

Facebook invece funziona in un modo totalmente diverso. Le persone non sono alla ricerca di nulla: stanno semplicemente interagendo con i loro amici attraverso il social network più famoso del mondo. E lì dobbiamo arrivare noi, ad attirare la loro attenzione con un prodotto che sappiamo potrà interessarli. È quindi di fondamentale importanza conoscere il nostro target e definirlo in modo chiaro.

Nel momento della creazione di un’inserzione, dopo aver definito l’obiettivo della nostra campagna, Facebook ci chiederà di definire il nostro pubblico, come primo passo dell’impostazione della strategia della nostra campagna Facebook.

Possiamo scegliere il target su Facebook attraverso 7 definizioni, da ognuna delle quali possiamo includere o escludere il segmento specificato:

  1. Pubblici personalizzati
  2. Luoghi
  3. Età
  4. Genere
  5. Lingue
  6. Targetizzazione dettagliata, che include dati demografici, interessi e comportamenti
  7. Connessioni

Una domanda che dobbiamo porci è: vogliamo definire un pubblico ampio o un pubblico più specifico? La risposta giusta, come in molti altri casi, è semplicemente: dipende. Dipende infatti da ciò che vogliamo sponsorizzare. Se siamo una pizzeria di Viterbo ci converrà prendere in considerazione un pubblico specifico, che si trova nella zona di Viterbo e dintorni. Se invece siamo un grande e-commerce di abbigliamento che effettua spedizioni in tutta Italia, sarà più conveniente avere un pubblico molto ampio, magari con una grande forbice di fascia d’età in modo da raggiungere quante più persone possibile.

Questo secondo caso è utile anche se non conosciamo ancora bene il nostro pubblico: possiamo analizzare in seguito attraverso lo strumento di Insights quali sono state le persone che hanno maggiormente risposto alla nostra campagna, quali sono i loro interessi, il loro genere, la loro età, ecc. in modo da poter creare un target sempre meglio profilato.

Il tuo pubblico è proprio davanti a te, sei tu a dover andare lì a prendertelo: hai tutti gli strumenti per farlo!

Da qualche anno ormai imperversa ossessivamente il trend Big Data, cerchiamo di capire meglio di cosa si parla e perché sono così importanti


Big Data: cosa sono e dove trovarli

Eh forse sì… è la definizione più corretta che possiamo attribuirgli.
Ci troviamo di fronte ad un fenomeno super-rivoluzionario, che sta avendo lentamente un impatto sempre più forte nella realtà globale.

Ma cosa sono questi Big Data?

In poche parole sono semplicemente una gigantesca mole di dati creati sia da persone che da tecnologie e sono così importanti perché rappresentano una fonte di informazione pressoché inesauribile ed illimitata.

Per quanto riguarda la questione relativa a dove poter trovare fonti di Big Data, anche questa è in realtà una domanda semplice a cui possiamo dare una risposta altrettanto “banale”: ovunque!

Infatti, i Big Data includono infatti tutte le informazioni estratte dai social media, dalle app mobile, dalla navigazione sui siti web, da acquisti tramite POS, da commenti su blog, da tecnologie di prossimità presso i negozi… insomma non è sbagliato affermare che ormai siamo letteralmente circondati.

Big Data: perché sono così importanti?

A cosa serve questa quantità sconfinata di dati? Cosa possono dire così tante informazioni di utile? E a chi?
Sono tutte domande sensate che conducono dritte al nocciolo della questione: perché i Big Data sono fondamentali nella società odierna e perché lo saranno sempre di più in futuro.

Le aziende e tutte le organizzazioni in generale hanno accumulato nel corso degli anni una quantità di dati enorme che tuttavia non sono mai stati processati ed analizzati finché la tecnologia ha fatto la sua comparsa.

Grazie infatti alle nuove tecnologie intelligenti, specialmente nell’ultimo ventennio, le imprese hanno impiegato la mole di dati che avevano a disposizione per avvicinarsi sempre di più al consumatore e cercare di soddisfarlo il più possibile.

La capacità e la velocità di interpretare i dati è stata la spinta a ricercare continuamente nuove ed innovative fonti per reperirne sempre di più. Il risultato? I Big Data!

Le imprese hanno compreso che nel business moderno per scalzare la concorrenza serve essere vicini ai clienti, capire le loro esigenze, le loro preferenze e i loro gusti e non c’è metodo migliore se non quello di “investigare” tramite le informazioni a disposizione.

Ma c’è dell’altro: avere dati serve alle imprese per monitorare costantemente il loro business, confrontarlo con quello dei concorrenti ed intervenire nella maniera più efficace.

Insomma i Big Data sono un volume gigantesco di dati e informazioni, un vero e proprio patrimonio nelle mani di chi ha le possibilità ed i mezzi per sfruttarlo adeguatamente.

Ma quali sono le caratteristiche fondamentali dei Big Data?

Innanzitutto sappiamo che possono essere reperiti da molte fonti: online (attraverso social network, siti web, blog), offline (oggetti “smartizzati” ovvero tecnologie di prossimità negli store in grado di captare automaticamente informazioni), interne alle aziende ed esterne (i database della Pubblica Amministrazione sono delle vere e proprie miniere).

Le 3 caratteristiche intrinseche ai Big Data sono la Velocità, il Volume e la Varietà. Queste tre “V”, addizionate alle altre quattro teorizzate da Mark van Rijmenam, compongono la definizione essenziale dei tratti peculiari dei nostri “animali fantastici”. Le restanti sono Variabilità, Veridicità, Visualizzazione e Valore.

 

Tuttavia, uno dei problemi più grandi dei Big Data è il fatto che non sono sempre strutturati e questo non consente un loro immediato utilizzo. Troviamo infatti molti formati quali audio, video, immagini ecc.. che debbono essere strutturati prima di poter essere analizzati ed interpretare.

Da qui nasce l’esigenza di nuove professionali: Data Scientist, Data Analyst, Business Intelligence Analyst, Data Warehouse Manager. Sono i volti nuovi del panorama aziendale, figure ricercatissime e ben remunerate, coloro che hanno dimestichezza con i Big Data e le relative tecnologie di analisi e processing.

Quali prospettive per i Big Data?

Ora che abbiamo un po’ girato attorno all’orbita di questo nuovo pianeta, non ci resta che capire se effettivamente i Big Data saranno il futuro o semplicemente un trend del nuovo millennio.

La seconda ipotesi, per quanto ci possa sembrare in linea con la velocità di cambiamento dell’ultimo secolo, non è del tutto esatta. Infatti, la raccolta di informazioni è uno strumento che le aziende hanno iniziato ad usare sin dal dopoguerra e, seppure abbia assunto nel tempo varie forme e denominazioni, ha prodotto la grande mole di cui ora stiamo parlando.

Le imprese hanno compreso verso dove volge il futuro e per questo sono sempre alla ricerca di tecnologie migliori e di nuovi strumenti per accumulare dati ed informazioni utili a personalizzare al massimo l’offerta.

I Big Data sono il futuro e ci basta un particolare per affermarlo: si stanno sviluppando sempre più modelli analitici che sulla base dei dati a disposizione riescono a “predire” ciò che accadrà e quali sono i possibili scenari.

È senza dubbio questa la prospettiva più interessante dei Big Data ovvero diventare la risorsa principale per prendere decisioni su basi solide e concrete, non basate solamente sull’intuito o sull’esperienza.

Il futuro ormai è qui!

Qualche anno fa mi era capitato di leggere dei simpatici meme che riportavano persone non molto pratiche del web nell’atto di utilizzare Facebook come fosse Google.

In parole povere era estato evidenziato come migliaia di persone utilizzassero la fan page di Google per effettuare delle ricerche su Internet.

Ovviamente la cosa al tempo non era assolutamente possibile e l’unico risultato che una ricerca del genere poteva generare era una forte ilarità.

Tuttavia, sembra che questo utilizzo sbagliato di Facebook da parte dei propri utenti abbia fornito a Mark Zuckemberg e compagni un’idea molto interessante.

Un’idea il cui obiettivo sarebbe quello di fare in modo che Facebook si sostituisca effettivamente a Google.

Infatti, da circa qualche settimana ho iniziato a notare che la barra di ricerca all’interno del mio profilo Facebook aveva subito qualche notifica.

Ora, non c’è di certo bisogno di essere un SEO Specialist per accorgersi che questo restyling ricorda molto la barra di ricerca di Google o degli altri motori di ricerca.

Cosa vuol dire quindi questo? Semplicemente che Facebook ha iniziato ad implementare al proprio interno un motore di ricerca che, seppur ancora molto rudimentale, fornirà delle interessanti opportunità.

Ma scopriamo di più sull’argomento e sul rapporto che sussiste tra Facebook Search e SEO.


Facebook Search e SEO: quali opportunità?

Diciamo che sicuramente questa novità riaprirà il discorso sul tema scottante del “futuro della SEO”.

In questo caso però invece di proclamare il funerale della SEO potrebbe dare una nuova linfa a questa disciplina.

Infatti, nonostante vi siano diverse similitudini, sono importanti anche le differenze tra il funzionamento dell’algoritmo che regola le ricerche su Google e su Facebook.

Proprio per questa ragione non mi stupirei infatti se a breve verranno aperte posizioni di lavoro per dei
“Facebook SEO Specialist” o magari “FO Specialist” (Facebook Optimizator Specialist).

Queste differenze riguardano alcuni interessanti ambiti.

Fattori di posizionamento nei risultati di ricerca su Facebook

Scopriamo quindi qualche chicca sulla SEO su Facebook.

In primis le ricerche sono immediatamente localizzate e quindi ti verranno proposti i risultati più vicini alla zona in cui ti trovi.

In secondo luogo Facebook è in grado di riconoscere la categoria di appartenenza delle tue ricerche.

Come puoi vedere nell’immagine qui sotto quindi se io che mi trovo a Varsavia cerco la parola “Club”, mi verrà proposta una lista dei Club di Varsavia sotto la categoria “luoghi”.

 

Inoltre, sulla barra laterale sinistra è presente una vasta opzione di filtri che tengono in considerazione non solo le pagine a cui abbiamo messo mi piace, ma anche tutte le ricerche fatte in precedenza.

Ci sarà quindi possibile ricercare una parola chiave che provenga da una persona specifica, o da un gruppo in particolare o da post pubblicati in una determinata data o luogo.

Tutto questo ci permette di capire che quindi i fattori SEO saranno molto variabili. Sarà quindi anche diverso riuscire a comparire in prima posizione come luogo e come pagina.

Stessa cosa vale anche per i video su Facebook che, come scrissi in un post passato stanno acquisendo un’importanza sempre maggiore sul nostro social media dal colore blu.

Sempre in relazione alla variabilità dei fattori, se nella SEO “tradizionale” si distingue tra fattori on-page ed
off-page
 nella SEO per Facebook questa distinzione diviene ancora più ampia.
Non occorrerà tenere conto dei fattori on-page ed off-page, ma anche delle caratteristiche di ogni singolo utente.

Infatti, i risultati per le nostre ricerche varieranno da chi siamo, cosa abbiamo cercato, a cosa abbiamo messo mi piace, dove ci troviamo, gli eventi che abbiamo frequentato o i luoghi dove ci siamo registrati.

Allo stesso tempo potrebbero essere differenti per altri utenti sebbene si trovino nella stessa medesima zona.

Infine, un ultimo fattore che mi sembra fondamentale per il posizionamento su Facebook e la relazione Facebook Search e SEO sono le recensioni.

Digitando infatti la parola “Restauracja” (ristorante in polacco, ma che scrivo cosi per la completezza dell’esempio dato che mi trovo a Varsavia) i ristoranti che mi vengono proposti non sono solamente quelli più vicini a me o visitato in passato da qualche mio amico ed aperti, ma anche quelli con votazioni alte.

In effetti i primi risultati hanno una votazione altissima superiore al 4.5 ed effettivamente anche i risultati successivi possiedono minimo 4 stelline.

Di conseguenza comprendi bene come per acquisire maggiore visibilità sul motore di ricerca di Facebook diventano non solo fondamentali i “mi piace” ma anche tutte le altre interazioni.

In quest’ambito rientrano ad esempio utenti che si registrano nel tuo locale, soprattutto il fatto che ti forniscano una recensione molto, ma molto positiva.

Conclusioni

Devo ammettere che questa novità anche se appena lanciata su Facebook apre scenari molto interessanti.

Un motore di ricerca su Facebook che funzioni veramente potrebbe cambiare infatti totalmente il modo con cui le persone si interfacciano e cercano cose su Internet. Inoltre, potrebbe permettere la nascita di nuove professioni come abbiamo detto.

Ancora, considerando il funzionamento dei motori di ricerca come Google, se il lancio di una tecnologia di questo tipo su Facebook apre scenari per la SEO, chissà che presto il campo da gioco non venga allargato anche alla SEM.

Come probabilmente saprai Facebook guadagna molto dai post sponsorizzati e dall’advertising.
Non mi stupirei quindi se gli annunci sponsorizzati iniziassero ad apparire anche nella sezione dedicata ai risultati di ricerca.

Quindi che dire, siamo di fronte all’alba di una nuova era per il mondo di Internet che preannuncia novità e cambiamenti importanti. Come sempre chi sarà in grado di muoversi prima potrà cogliere prima i frutti delle proprie azioni.

Inoltre, un motore di ricerca così rudimentale e potente allo stesso tempo potrebbe essere sfruttato per implementare qualche strategia di growth hacking.

Proprio per questo ti consiglio di continuare a seguire con attenzione questo fenomeno e a prepararti alla nuova era della SEO per Facebook Search 😉

 

 

Negli ultimi mesi si sente sempre più parlare nel mondo del marketing e delle startup di growth hacking.

Ho scoperto il growth hacking ormai più di un anno fa e visto il crescente interesse per questo argomento ho deciso di creare questo contenuto che nel corso del tempo cerco di aggiornare.

Sono ormai arrivato alla quarta revisione di questo articolo che inizialmente era circa di 1700 parole, mentre oggi ha raggiunto quota 6000 parole!!!

Quindi auguri per questa lettura, spero tu abbia molto tempo a disposizione 😀

Il “movimento” del growth hacking ha avuto origine nella Silicon Valley (tanto per cambiare), mentre il termine è stato coniato da Sean Elliss, l’uomo che si cela dietro al grande successo di Drop Box, ma anche di altre startup d’oltre oceano.

Per i più impavidi qui lo storico articolo in lingua inglese scritto da Sean.

growth hacking Sean Ellis

Per chi invece è meno impavido e più pigro spenderò due parole per spiegare in breve le ragioni che spinsero Sean Ellis a scrivere questo articolo nell’ormai lontano 2010.

Come detto Sean, ha lavorato e fatto consulenze a diverse aziende a startup della Silicon Valley.
Durante il proprio periodo di lavoro cercava quindi di creare tutte le condizioni necessarie per avviare un processo di crescita attraverso il growth hacking, attivava questo processo e dopo averne verificato l’efficacia ed il funzionamento cercava chi lo avrebbe sostituito.

Il problema era che nell’atto di effettuare dei colloqui Sean si trovava molto spesso davanti dei candidati con degli ottimi background di marketing, ma che non avevano assolutamente una mentalità da growth hacker.

In effetti le differenze tra il traditional marketing ed il growth hacking sono enormi, come vedremo nel corso di questo lunghissimo e completissimo post.

In effetti Sean aveva chiesto degli esperti di marketing e degli esperti di marketing aveva ottenuto!

Fu proprio in questo  momento che Sean si accorse l’esigenza di definire il growth hacking come processo, mindset e professione.


Cos’è il growth hacking?

Iniziamo quindi subito a rispondere al quesito principale di questo articolo e facciamo subito un po’ di chiarezza sull’argomento.

È piuttosto difficile dare la definizione di una parola che descrive una disciplina di cui non esiste il cosiddetto “manuale delle istruzioni”.

Il modo in cui Sean Ellis definisce il growth hacking ad esempio è questo:

“Quando una startup è  pronta ad iniziare la propria scalata, la sfida più grande è spesso assumere qualcuno in grado di guidare questa crescita. Un esperto di marketing con determinate capacità ed il giusto approccio può sicuramente portare ottimi risultati una volta che il Product Market Fit ed un efficiente processo di  conversione/monetizzazione sono stati testati.”

O ancora:

“Ritengo che uno dei compiti più importanti per un growth hacker sia migliorare la user experience… alla base di una crescita sostenibile vi dovrebbe essere infatti l’offerta di un esperienza preziosa per l’utente. Un’esperienza preziosa è quella che porta alla fase di retention. Senza retention non c’è crescita.”

Perché ho fatto questa puntualizzazione?

Semplicemente perché la maggior parte di definizioni che si trovano online sul growth hacking sono sbagliate o magari tendono a focalizzarsi su aspetti secondari.

In effetti se provi a fare una breve ricerca su Google ti renderai conto nell’immensità di articoli, guide, e-book e libri scritti da tanti fantomatici esperti e guru, che però non centrano in pieno i valori di base del growth hacking.

Vediamone alcune:

“Un growth hacker è un hacker il cui obiettivo è di far crescere il numero di utenti per un prodotto specifico.”
Mattan Griffl

… il punto di forza di un growth hacker è la propria abilità di focalizzarsi su un singolo obiettivo. Ignorando quasi tutto, si può perseguire il risultato che conta di più: la crescita”
Neil Patel

“[Un growth hacker è] Colui il quale ripone attenzione e passione nel far crescere una metrica attraverso l’uso di una metodologia verificabile e scalabile.”
Aaron Ginn

 

Avrai quindi notato come in tutte queste definizioni vengano lasciati fuori proprio i due concetti basilari citati da chi il growth hacking invece lo ha definito per la prima volta: il Product Market Fit e la User Experience.

Credo che si possa probabilmente affermare che chi ha creato il termine growth hacking abbia una visione più olistica della sua metodologia rispetto a chiunque altro abbia voluto dare la propria versione del fenomeno.

Non voglio certo incolpare nessuno degli esperti sopracitati, che ritengo abbiano senza dubbio voluto esprimere il proprio interesse per una novità in ambito marketing davvero molto figa.
Inoltre, va riconosciuto come questi abbiano contribuito a far crescere interesse e a fornire comunque informazioni utili su questo fenomeno, ma ad ogni modo credo che fosse una puntualizzazione che andasse fatta.

Quindi a questo punto posso dare anche io la mia definizione di growth hacking targata Fabio Morelli.
Almeno questa è corretta. E non lo dico io eh! Lo dice Sean Ellis 😉

Il growth hacking si configura come quel mix perfetto tra prodotto, User Experience e marketing.
Fabio Morelli

 

 

Volendo però descrivere maggiormente il fenomeno del growth hacking lo si può fare definendolo come quell’approccio professionale di marketing che:

  1. Enfatizza al massimo la perfezione del prodotto e del servizio da lanciare sul mercato al fine di raggiungere il Product Market Fit (PMF). Questa viene considerata come la forma principale di marketing da utilizzare. Infatti, un prodotto che risponde veramente alle esigenze degli utenti ha più probabilità di avere successo;
  2. Cerca di fornire all’utente un esperienza unica, in modo da soddisfarne a pieno i propri bisogni e porre le basi per la fase di Retention;
  3. E’ un mix di creatività, genialità e pazzia;
  4. Utilizza soprattutto un mindset differente nell’approcciare i problemi e pensare a delle soluzioni;
  5. Si basa in maniera quasi maniacale sull’analisi e lo studio dei dati per prendere decisioni.

E se proprio vogliamo individuare quella caratteristica principale che differenzia il growth hacking ed i growth hackers dai professionisti in ambito marketing questa è proprio quel particolare tipo di mindset precedentemente menzionato.

Il mindset del growth hacker quindi, si concretizza come l’approccio da adottare nel modo di studiare i problemi, individuare soluzioni e soprattutto perseguire gli obiettivi di crescita.

E per un growth hacker tutto o quasi è permesso al fine di raggiungere la crescita della propria azienda o startup.

Anche per questo i growth hackers sono definiti come i pirati del marketing!

No in realtà questo non è l’unico motivo, ma parleremo del secondo tra poco.

Cos’è il Product Market Fit

Poco fa abbiamo introdotto il concetto di Product Market Fit (PMF), ma cos’è esattamente?

Con questa dicitura, molto popolare nel vocabolario dei growth hacker, si intende un prodotto che è veramente in grado di soddisfare dei bisogni specifici e di cui le persone non possono fare a meno dopo averlo provato.

Un esempio perfetto di PMF potrebbe essere l’iPhone.

Come puoi capire quindi se il tuo prodotto/servizio ha raggiunto il livello di PMF?

La tecnica più famosa è la regola del 40%. Questa regola, che ancora una volta è  stata teorizzata da Sean Ellis, prevede di intervistare i tuoi clienti attuali. Se da questa intervista risulterà che almeno il 40% di essi si riterrebbe fortemente deluso dal fatto di non poter utilizzare pi  il tuo prodotto allora vuol dire che hai raggiunto il PMF.

Il mindset dei growth hacker

Il growth hacking è prima di tutto un mindset. Con questo intendo dire che i growth hacker hanno un modo di guardare ai problemi e concepirne delle soluzioni totalmente differente e “out of the box”.

Per farti capire meglio cosa si intende con l’avere un mindset da growth hacker voglio citarti un esempio che in realtà  non ha niente a che fare con il marketing o il mondo digitale.

Questo esempio parla infatti di hot dog.

Esatto, hai capito bene: hot dog.

Questa storia vede come protagonista Takeru Kobayashi, un ragazzo giapponese che, nel 2001, durante una gara per così dire “a chi si mangia più hot dog”, non solo riesce a vincere la competizione, ma è in grado persino di doppiare il record dell’anno precedente di “solo” 25 hot dog.

Una cosa pazzesca penserai!

Ma come ci è riuscito?

 

Semplicemente grazie ad un approccio differente, che nessuno prima di quel momento aveva utilizzato.

Prima di tutto prima della competizione Takeru si chiuse per alcuni mesi in casa e si allenò per la gara.
Durante questo periodo di allenamento sperimentò diversi approcci e strategie che gli permettessero di mangiare quanti più hot dog possibili e ne misurò le prestazioni.

Dai risultati dei suoi allenamenti  quando Takeru si presenterà alla gara era già certo della vittoria.

Quel fatidico giorno Takeru travolse tutti gli avversari, vincendo la gara e doppiando il record dell’anno precedente che era stato di “solo”25 hot dog.

Come ci è riuscito?

Takeru separò il wurstel dal pane, perché più facile da mangiare, per poi inzuppare il pane nell’acqua, l’unico elemento extra concesso durante la gara.

In questo modo ottenne una poltiglia semplicissima da mangiare e deglutire in maniera veloce, dato che in fin dei conti è proprio il pane l’elemento che richiede più tempo per essere mangiato ed ingoiato.

Grazie a questa idea, come detto, Takeru riesce a stracciare gli altri partecipanti ed ad aggiudicarsi la vittoria.

Questo è un mindset da growth hacker e per questo motivo per me Takeru è un growth hacker.

 

Chi sono i growth hacker

Non esiste una traduzione letteraria del termine “growth hacker” in italiano. Per questo molti traducono questo termine con “pirata del marketing” o eventualmente utilizzando una traduzione a metà come potrebbe anche essere “hacker della crescita”.

Tornando al discorso anticipato precedentemente, il secondo motivo per cui i growth hacker vengono definiti in questo modo riguarda il cosiddetto “funnel del pirata”.

Il funnel del pirata, il cui acronimo è A.A.R.R.R, si compone quindi di 5 fasi nella sua versione tradizionale ed effettivamente provandolo a leggere suona proprio come il verso di un pirata.
La sigla sta per Aquisition, Activation, Retention, Referral e Revenue, ma analizzeremo questo modello nello specifico nel prossimo paragrafo 😉

I growth hacker possiedono un mix di conoscenze in ambito digital marketing, con almeno un paio di ambiti in cui possono considerarsi degli esperti.

Per questa ragione vengono definiti come dei professionisti di tipo “T-shaped”, ovvero a forma di T.

Quei settori di cui possiedono una buona padronanza definiscono quindi la parte orizzontale della propria T, mentre i settori in cui sono dei guru definiscono la parte orizzontale.

Marketing VS Growth Hacking

Come sottolineato sin ora sono effettivamente diverse le differenze sostanziali tra growth hacking e marketing tradizionale.
Queste differenze risiedono sia nel modo di lavorare che nelle skill dei marketer appartenenti alle due categorie.

Scopriamo quindi insieme quali sono le maggiori differenze tra growth hacking ed il traditional marketing.

Il mindset

La prima grossa differenza riguarda proprio la mentalità di un marketer tradizionale e quella di un growth hacker.

Se infatti noi growth hacker tendiamo ad essere creativi, innovativi e a pensare fuori dagli schemi nel pianificare approcci e strategie, i marketer tradizionali tendono invece a rifarsi alle classiche best practices e a canali di promozione canonici, ma anche costosi come TV, giornali, radio ecc.

Focus

La seconda differenza riguarda il focus e l’obiettivo del lavoro di questi due tipo di professionisti del marketing.

Se infatti nel growth hacking si cerca di creare un prodotto che sia veramente in grado di rispondere a delle esigenze specifiche, i marketer tradizionali non si interessano della qualità del prodotto in sè, ma semplicemente di trovare nuovi utenti a cui vendere.

Di conseguenza i growth hacker, seguendo il modello del funnel dei pirati (che ti spiegherò nel prossimo paragrafo) partecipano a tutte le fasi includendo la creazione del prodotto, il lancio, l’acquisizione di utenti e la gestione degli stessi nel post vendita. Al contrario, nel traditional marketing seguendo il modello AIDA ci so focalizza solamente sui momenti di Awareness e Acquisition.

Background

Se come visto poco fa un growth hacker possiede un mix di conoscenze molto variegato, soprattutto in ambito web marketing, rendendolo un professionista T-shaped, il background di un marketer tradizionale è legato soprattutto alla costruzione e pubblicizzazione di un brand e a tecniche di vendita, con eventualmente un infarinatura dei principi di digital marketing.

 

Il funnel dei pirati

Una versione più innovativa del modello adottata dagli amici di Growth Tribe considererebbe poi una terza “A” relativa alla fase di “Awareness”.

Questa nuova versione è stata introdotta nel 2016 da quelli di Growth Tribe.

Qualche tempo fa ho chiesto a David Arnoux di Growth Tribe il perché di questa aggiunta e la ragione è legata al fatto che la fase di Acquisition è stata sempre considerata come un mix tra “arrivare su un sito web + registrazione”; con l’introduzione del nuovo modello invece questi momenti sono distinti, con l’arrivo sul sito web da parte dell’ utente che rientra nell’Awareness, mentre invece la prima interazione tra utente e sito (registrazione alla newsletter, download di un e-book ecc.) rientra nell’Aquisition.

A proposito, come introduzione al growth hacking potresti trovare molto interessante questo speech sul growth hacking di qualche anno fa tenuto proprio da David Arnoux.

David descrive il growth hacking come una forma innovativa di marketing fortemente data driven e product driven  e quindi molto vicina alla concezione di Sean Ellis.

Ad ogni modo, tornando al funnel dei pirati, la differenza tra il modello tradizionale e quello aggiornato da Grow Tribe è sottile e ad ogni modo la validità del funnel dei pirati varia di azienda in azienda come vedremo.

Awareness

Il momento dell’Awareness ha quindi come obiettivo quello di far conoscere il tuo business ed i tuoi prodotti a dei potenziali clienti.

Canali promozionali come TV, radio ed annunci pubblicitari sono la modalità tradizionale per creare Awareness. Tuttavia, il problema fondamentale di questi canali è che si riferiscono a tutte le persone, anche quelle che non hanno nessun interesse per i tuoi prodotti, oltre ad avere anche dei costi elevati.

Il modo in cui è concepito l’Awareness all’interno del funnel dei pirati mira invece a creare notorietà e consapevolezza solamente nei confronti delle persone giuste.

Metriche da tenere d’occhio in questo momento sono quindi il CTR, il tempo medio trascorso dagli utenti sul sito, numero di visitatori unici e le “vanity metrics” (numero di mi piace, commenti, condivisioni).
I canali su cui lavorare sono invece SEO, contenuti, SEA, passa parola, retargeting ed affiliazioni.

Acquisition

La fase di Acquisition è il momento delle presentazioni tra la tua azienda ed un potenziale cliente.

Dopo aver sentito parlare di te gli utenti sono giunti sul tuo sito web, sulla tua landing page o magari su una pagina prodotto ed iniziano ad effettuare interazioni di vario genere che in ogni caso li portano a lascarti il proprio indirizzo e-mail e magari qualche informazione su di loro.

Dopo aver acquisito un buon numero di utenti sarebbe utile iniziare ad effettuare una profilazione degli stessi dividendoli per segmenti simili. Un’operazione di questo tipo è particolarmente consigliata se pianifichi di utilizzare il marketing automation.

Le metriche da controllare nella fase di Acquisition sono il numero di nuovi lead, il numero di registrazioni alla newsletter e qualsiasi attività ti permetta di acquisire indirizzi e-mail.
I canali da utilizzare sono invece landing page, moduli per le sottoscrizioni, webinar, promozioni e free giveaway
(e-book, whitepaper, case study ecc.)

Activation

Le modalità in cui si esplicita l’Activation dipendono molto dalla natura del tuo business, ma possiamo riassumerlo come il momento in cui i tuoi clienti provano per la prima volta il tuo prodotto.

Rientrano ad esempio in questa fattispecie il download di una versione freemium di un app o la prova gratuita di un software per un certo numero di giorni.

Di conseguenza le metriche che vorrai tenere controllare sono tutte quelle relative al numero di registrazioni alla versione di prova del tuo prodotto, investendo molto in user experience e customer success.

Revenue

Questo è momento in cui i tuoi lead divengono finalmente clienti dopo aver effettuato il loro primo acquisto.

La cosa fondamentale da ricordare in questa fase prima di ogni altra cosa è che il tuo lavoro è tutt’altro che terminato.

Infatti, è molto meno costoso portare un attuale cliente a ripetere un acquisto, che cercare di acquisirne nuovi clienti.

Le metriche da controllare sono quindi il CPA (cost per Acquisition), il numero di utenti che passano dalla versione freemium a quella premium, il numero di carrelli abbandonati, mentre canali su cui lavorare sono ancora una volta la user experience ed il processo di checkout.

Retention

L’obiettivo ora è fare in modo che i tuoi clienti tornino a visitarti. Non è certo una cosa facile, ma tutto dipende dal modo in cui hai curato tutte le fasi precedenti.

I maestri da cui apprendere in questo senso sono quelli di Amazon, che fanno un sapiente utilizzo del marketing automation.

Devi riuscire a mantenere alto il livello di engagement è soddisfazione dei tuoi attuali clienti attraverso una comunicazione personalizzata e l’offerta di sconti e promozioni nel corso del tempo legate agli acquisti passati.

Se implementerai con attenzione anche il momento di Retention, allora avrai tutte le carte in regola per dare il via alla fase di Referral.

Referral

Quando i clienti sono contenti e soddisfatti del tuo prodotto, saranno maggiormente propensi non solo a tornare a fare acquisti da te, ma anche a parlare della tua azienda con i propri parenti e amici attivando per te la fase di Awareness.

Il word of mouth (passa parola) è di conseguenza uno degli strumenti di customer acquisition più importanti su cui focalizzarsi.

Immagina che il 70% dei consumatori afferma di essere spesso influenzato positivamente da raccomandazioni ricevute da conoscenti.

Per implementare la fase di Referral alcune strategie di growth hacking potrebbero prevedere l’utilizzo di strumenti di condivisione e di social sharing, codici promozionali, link di affiliazione e l’offerta di incentivi di vario genere proprio come fanno i vari Airbnb, Uber e Dropbox.

Qui una rappresentazione visuale del funnel dei pirati.

 

Un aspetto molto interessante di questa immagine è la differenza sostanziale tra marketing tradizionale e growth hacking. Se infatti nel marketing classico ci si occupa principalmente di creare la notorietà del brand ed acquisire nuovi clienti, i growth hacker sono attivi dall’inizio alla fine nel ciclo di acquisizione e gestione dei clienti. Affronteremo queste differenze maggiormente nel dettaglio nel prossimo paragrafo.

Il funnel del pirata può di conseguenza essere uno strumento di marketing tanto utile, quanto potente.
Come abbiamo detto che le modalità in cui questo va a concretizzarsi nella realtà variano a seconda del business a cui viene applicato.

Se ad esempio gestisci un magazine online potresti ad esempio essere interessato al numero di visitatori mensili, il tempo medio trascorso sul sito ed il numero di iscrizioni alla newsletter; se hai lanciato da poco una nuova app potresti voler guardare al numero di download effettuati, mentre se sei una web agency sarai interessato ad analizzare quante richieste
di preventivo hai ricevuto nell’ultimo mese e quante persone hanno scaricato il tuo ultimo e-book.

La cosa fondamentale è assegnare sempre una KPI, ossia una metrica chiave per ogni fase e farlo nella maniera corretta al fine di comprendere se tutti gli step stiano funzionando nella maniera giusta.

North Star Metric e KPI

Ogni tipologia di business dovrebbe avere una metrica di riferimento, altrimenti detta “North Star Metric”. Per individuarla dovresti focalizzarti su tutte quelle attività chiave che meglio sintetizzano e legano gli utenti al tuo prodotto.

Ad esempio per Facebook alcune metriche fondamentali sono il numero richieste di amicizia inviate dai propri utenti, quanto spesso questi visitano il sito, quanto tempo vi passano e quanto sono attivi in termini di mi piace e commenti.

Per Uber invece le KPI principali sono il numero di corse effettuate, ma vengono tenuti sotto controllo il numero di download dell’app ed il numero di utenti che dopo la prima corsa utilizzano nuovamente Uber e con quale frequenza.

Come puoi trovare quindi la tua North Star Metric?

 

Semplice, basta capire che tipo di valore ottengono i tuoi clienti più fedeli dall’utilizzo del tuo prodotto.
Una volta fatto questo dovresti riuscire a quantificare questo valore in una metrica di riferimento.

Riuscire quindi ad ottenere una NSM può essere fondamentale per fare in modo che dipartimenti diversi come quello marketing, vendite e customer service lavorino congiuntamente ed al meglio per apportare ancora più valori agli utenti.

La tua metrica di riferimento si baserà probabilmente su alcune variabili base come il numero di registrazioni, user retention e user engagement.

Comprendere come ognuna di queste variabili funziona e come influenzano il tuo conversion rat potrebbe fornirti delle interessanti opportunità ed idee per implementare ancora di più la crescita della tua azienda.

Il growth hacking come processo

Credo che ormai sia evidente come il growth hacking sia un processo che persegue il miglioramento continuo.

Allo stesso tempo questo processo deve essere rapido ed efficiente in termini di sostenibilità dei costi, soprattutto se adottato da realtà piccole come le startup.

Non ci sono quindi ne trucchi o magie, ma solamente un mindset analitico e creativo utilizzato per sperimentare quanti più approcci e strategie possibile, misurarne i risultati e migliorare dove possibile.

Il processo di growth hacking si esplica in un ciclo che deriva dall’approccio Lean Startup.
Questo ciclo consta di tre momenti fondamentali:

 

Tutto il processo di growth hacking quindi ruota attorno a questi tre momenti chiave.
Risulta evidente come sia poi di grande importanza l’analisi dei dati ed il perseguimento di un miglioramento continuo.
Per questo motivo ogni strategia, esperimento o tecnica di growth hacking deve avere tre caratteristiche e poter essere:

  1. Scalabile
  2. Ripetibile
  3. Misurabile

Essere scalabile vuol dire che se ha funzionato una volta, dovrebbe poter funzionare anche le volte successive;
di conseguenza deve anche poter essere ripetibile, nel senso che quell’esperimento non è stato legato al caso, alla fortuna o alla dea bendata; con il termine misurabile andiamo a ripetere quanto detto diverse volte sin qui, ovvero che i dati devono essere il punto di partenza per ogni tipo di attività, in modo da basare ogni nostra decisione su motivazioni concrete.

Ora, passando ad aspetti maggiormente pratici vi sono alcuni pre-requisiti di cui devi necessariamente tenere conto:

Business Model Canvas

Forse ti starai chiedendo: “cos’è un Business Model Canvas?”

Si tratta di un modello di business che puoi utilizzare per definire la struttura della tua azienda ed avere una panoramica completa.
In questo modello vengono riportati quindi i partner principali, le attività chiave, le fonti principali di ricavi e costi, il value proposition, i canali che intendi utilizzare, i segmenti di clienti target e le relazioni con gli stessi.

Un bel po’ di roba in effetti, che però dovresti validare almeno all’80% prima di iniziare un qualsiasi processo di growth hacking.

Value Proposition Canvas

Cosa vuol dire invece “Value Proposition Canvas“?

Questo è un aspetto che concettualmente viene subito dopo il Business Model Canvas. In poche parole in questa  fase vuoi assicurarti che il tuo prodotto/servizio risponda veramente ad un bisogno o ad un esigenza specifica delle persone.

Personas e Segmenti di clienti

Questo terzo momento si ricollega ad uno dei punti chiave del Business Model Canvas ovvero i nostri utenti target e buyer personas.

È quindi davvero importante che tu abbia chiaro in mente chi sia il tuo pubblico di riferimento ed interesse.

Infatti, se sarai in grado di conoscere veramente gli utenti a cui vuoi rivolgerli sarai anche in grado di capire quali possano essere i canali maggiormente efficaci per entrarci in contatto.

Growth Process

Una volta aver risposto adeguatamente a questi tre pre-requisiti sarai pronto per intraprendere un processo di growth hacking.

All’inizio di questo processo abbiamo l’ormai famosissimo funnel dei pirati che abbiamo visto nel dettaglio qualche paragrafo fa. Occorre quindi definire con attenzione le 6 fasi del customer journey (Awareness, Activation, Acquisition, Retention, Referral, Revenue) attraverso cui guiderai l’utente.

Successivamente passiamo al secondo step, quello dell’OMTM (One Metrict That Matters), che altro non è che un modo diverso di definire la North Star Metric che abbiamo introdotto sempre poco fa.

Fatto questo potrai iniziare a mettere in pratica il ciclo del processo di growth hacking illustrato all’inizio del paragrafo: build, measure, learn.

Come?

  1. Dovrai partire inizialmente con una fase di brainstorming assieme al tuo team per trovare quante più idee possibili;
  2. Successivamente vorrai selezionare queste idee e dare priorità a quelle che potenzialmente potrebbero portare i maggiori risultati;
  3. Il terzo momento sarà quello di sperimentazione in cui metterai in pratica le migliori idee e vedrai se riveleranno un flop o avranno successo;
  4. Dopo aver condotto i tuoi esperimenti avrai modo di analizzarne le performance attraverso una grand quantità di dati che dovresti aver raccolto;
  5. Attraverso un’attenta analisi dei dati potrai capire se i tuoi esperimenti sono stati un completo fallimento o se hanno del potenziale su cui investire. In ogni caso imparerai una lezione importante che ti permetterà di migliorare il tuo prodotto in futuro.

A questo punto non ti resta che ricominciare nuovamente il tuo processo di growth hacking finche non raggiungerai un soddisfacente livello di perfezione. 😉

Le migliori strategie di growth hacking

 

In questa introduzione al growth hacking abbiamo sottolineato come questo modo di fare marketing sia particolarmente utilizzato tra le startup.

Il motivo è relativo al fatto che queste realtà cercano di perseguire la propria crescita e l’acquisizione di utenti in maniera veloce.

Infatti, occorre capire che la maggior parte di queste aziende non possono di certo permettersi campagne pubblicitarie in prima serata su Canale5 (che diciamocela tutta non finiscono mai) o quel cartellone pubblicitario al centro di Roma.

– Che poi sarò onesto…ogni volta che vedo questo tipo di pubblicità l’unica cosa che mi viene in mente è: “quanti soldi buttati!” –

Per questo motivo le startup si trovano spesso a dover escogitare forme di marketing alternative, non tradizionali, al fine di acquisire utenti.

Lo scopo di queste strategie non è poi tanto legato all’awareness, ma quanto al cercare di raggiungere solamente quelle persone potenzialmente interessante al proprio business.

Ergo: non tutte le persone, ma solamente le persone giuste.

Ecco quindi che iniziano a nascere le strategie di growth hacking: dei trucchetti o delle strategie utilizzati dalle startup al fine di raggiungere utenti in una maniera che sia allo stesso tempo altamente efficace ed efficiente.

Vediamo le 5 strategie di growth hacking più famosi di tutti i tempi!

The Little Bighorn

Questa strategia prende il nome dall’omonima battaglia di Little Bighorn combattuta durante le guerre indiane.

Venne utilizzata da Facebook quando questo social network era ancora agli inizi.

Questo hack si basa sull’idea che se il tuo target audience è difficile da raggiungere, invece di “affrontarlo” in maniera diretta, potresti pensare di focalizzarti su mercati più piccoli, ma connessi al mercato principale di tuo interesse.

Quando Facebook iniziò la propria espansione all’interno di scuole e college americani si interfacciò con il problema che alcuni di essi avevano già un proprio social network interno.

Quello che fecero fu quindi di rivolgersi alle scuole più piccole nelle vicinanze in cui era probabile che studiassero alcuni amici degli studenti delle scuole target principali.

Quindi lavorando con questa sorta di tecnica di “accerchiamento” che si basa sul concetto della social proof riuscirono a perseguire i proprio obiettivi.

Infatti, una volta che tutti i tuoi amici sono su Facebook e tu sei l’unico che ancora utilizza l’altro social network il passaggio avviene quasi in maniera automatica.

La lista d’attesa

A volte potrebbe capitare che il tuo prodotto sia così cool che momentaneamente non riesci a far fronte a tutti gli utenti che vogliono registrarsi.

Correndo anche il rischio di mandare tutto all’aria qualora permettessi la registrazione di massa.

In questo caso potresti pensare di mettere gli utenti in lista d’attesa.

Una tecnica di questo tipo venne utilizzata da Mailbox.

Al tempo quindi gli utenti, dopo aver scaricato l’app, visualizzavano una lista d’attesa che gli diceva quanti utenti ci fossero prima di loro.

Anche questo hack si basa sul concetto di social proof, dato che mostra agli utenti quante altre persone vogliono utilizzare l’app.

 

Nel caso di Mailbox questo alone di mistero fece in modo che si creasse intorno a questa strategia un bel buzz.

Molti giornali quindi parlarono della cosa e ancora più persone si registrarono alla lista d’attesa.

Il cross post

Questa credo sia una delle pratiche davvero più popolari e semplici da utilizzare.

Si basa semplicemente con l’integrazione del proprio servizio, app o prodotto con i maggiori social media.

Questo con lo scopo che gli utenti possano postare un contenuto ad es. su Facebook menzionato il tuo prodotto.

Un qualcosa di questo tipo è stato utilizzato di recente da Spotify e prima ancora da Airbnb ed Instagram.

 

Il By The Way

Qualsiasi business è solito presentare il proprio logo e nome dell’azienda nella parte superiore del sito web, dell’app, del software, dell’articolo del blog ecc.

Ma potrebbe essere utile auto menzionarsi anche altrove.

Una cosa del genere venne fatta al tempo da Hotmail attraverso una delle prime strategie di growth hacking della storia che poi portò questo servizio di posta elettronica gratuita al successo che perdura ancora 20 anni dopo.

Il meccanismo è semplice.

In fondo ad ogni e-mail inviata tramite Hotmail veniva aggiunto questo piccolo messaggio:

“PS: ti voglio bene, registra il tuo account e-mail gratuito su Hotmail”

 

Grazie a questo giochetto Hotmail vide 12 milioni di utenti registrarsi nel corso dei 18 mesi successivi.

Non male direi.

Una cosa simile viene fatta da Apple quando si invia un’e-mail tramite iPhone.

In pratica si fa in modo che gli utenti attuali pubblicizzino il nostro prodotto tra i loro amici, conoscenti o colleghi.

Il tutto in maniera gratuita.

Il Back Scratch

Tra le più famose strategie di growth hacking c’è poi il “Back Scratch”.

Letteralmente la grattatina alla schiena.

In poche parole l’obiettivo è quello di incentivare gli utenti attuali ad inviare i propri amici a registrarsi al nostro servizio.

Questo offrendo un qualcosa in cambio sia a loro stessi, sia ai nuovi utenti che si registreranno tramite loro.

Attualmente questo hack è molto in voga, ma i primi ad implementarlo furono quelli di PayPal.

PayPal, infatti, quando era agli stadi iniziali della propria crescita ebbe l’idea di offrire $10 ad ogni utente che invitava un proprio amico a registrarsi a cui sarebbero stati accreditati similmente 10$.

Una tecnica costosa, ma che portò i suoi risultati in termini di crescita di utenti.

Costosa si, ma meno del CPA di altre campagne di advertising su Internet o tramite link di affiliazione.

Anche altre aziende utilizzarono poi la stessa strategia, tra esse ad esempio AirbnbUber e Dropbox.

 

Quest’ultimo però invece di un premio monetario offriva spazio gratuito.

E tu conosci altre strategie di growth hacking? Faccelo sapere ed aggiornerò la lista 😉

Se l’articolo ti è piaciuto facci un regalo e condividilo con i tuoi amici 😀

 

Storie di successo sul growh hacking

Da quando questo termine ha iniziato ad acquisire popolarità sono davvero numerose le storie di successo e i casi di studio disponibili su questo argomento. Vediamone alcune.

Airbnb

Forse quella più famosa è la storia di Airbnb che sfruttando una falla nel sito web di  Craiglist, un competitor diretto, riuscì ad acquisire un notevole numero di nuovi utenti.

Questo strategia molto ingegnosa sarebbe però stata impossibile se non fosse stata implementata da marketer con conoscenze di programmazione.

Questo hack funzionava così: quelli di Airbnb avevano inizialmente difficoltà ad acquisire nuovi utenti e così decisero di volgere i propri interessi a quelli  presenti su Craiglist. Questo sito si presentava abbastanza bruttino dal punto di vista del design, ma soprattutto presentava una falla nel proprio codice.

Sfruttando quindi questo aspetto il team di Airbnb trovò il modo di far sì che ogni annuncio pubblicato su Airbnb venisse automaticamente pubblicato anche su Craiglist. Una volta che però un utente di Craiglist cliccava sul pulsante “prenota” veniva quindi reindirizzato al sito di Airbnb.

In secondo luogo già al tempo Airbnb si presentava come un sito molto accattivante nel design e nella qualità delle foto degli annunci postati. Di conseguenza ogni utente che da Craiglist si trovava catapultato su Airbnb non ci mise molto ad accorgersi della differenza e ad eseguire uno “switch”.

Ci sono poi altri due casi interessanti sempre relativi ad Airbnb da prendere in considerazione.

Il primo è quello relativo alla decisione di assumere quasi 6000 fotografi freelance per fotografare quanti più appartamenti possibili e questo al fine di investire in qualità e design.

La scelta fu rischiosa, ma soprattutto costosa.
Tuttavia, come puoi vedere da questo grafico, dal momento in cui implementarono questa strategia le prenotazioni aumentarono più del doppio!

Il secondo invece riguarda una sorta di A/B testing condotto per valutare qualora un approccio umano funzionasse meglio degli annunci sponsorizzati nell’atto di entrare in un nuovo mercato.
Al termine dell’esperimento fu evidente come un approccio umano caratterizzato dall’organizzazione di eventi e da un contatto diretto con gli host fosse maggiormente efficace e presentasse un CPA molto più basso rispetto a quello delle campagne sponsorizzate.

Inoltre, quei mercato “aggrediti” con una simile strategia hanno continuato a crescere anche in maniera più veloce.

Netflix

Il caso Netflix contrariamente a quello di Airbnb è senza dubbio meno menzionato, ma altrettanto interessante soprattutto in un ottica di data-driven marketing.

Netflix, come risaputo, pone una grandissima attenzione ai gusti ed alle preferenze dei propri utenti al fine di fornire sempre l’esperienza migliore e massimizzare il livello di engagement.

Proprio al fine di perseguire questo obiettivo ad esempio è stata presa la decisione di rilasciare le serie targate Netflix tutte insieme e non un episodio alla volta. L’idea dietro questa decisione è quella di dar vita ad una sorta di “chiusino” degli utenti.

Per quanto riguarda il discorso di un sapiente utilizzo dei dati nell’atto di implementare strategie ed investimenti il caso è questo.
Il team di Netflix qualche anno fa notò come quelle  serie e film di genere politico/drammatico in cui figurava Kevin Spacey fossero particolarmente apprezzate e di successo tra i propri utenti.

 

Sulla base di questo insight venne quindi presa la decisione di dare il via alla produzione di House Of Cards che si è rivelata poi essere una delle serie di maggior successo di sempre e di cui al momento sono state prodotte ben cinque stagioni.

Instagram

Credo che non molti di voi sapranno che inizialmente il nome di Instagram era Burbn.

L’idea di base che portò poi al lancio di Burbn. Questa infatti voleva inizialmente presentarsi come una social app di photo sharing il cui pezzo forte dove essere la geo-localizzazione e che tra le tante funzionalità offriva la possibilità di aggiungere dei filtri alle foto condivise.

 

Dopo aver lanciato l’app tuttavia apparve dai dati come gli utenti fossero principalmente interessati solamente ad un unica funzione, ovvero proprio quella dei filtri.

Da qui la decisione di rimuovere tutte le funzioni lasciando solo quelle relative alla pubblicazione di foto, filtri , commenti e like.

L’app di Burbn venne quindi rivoluzionata e lanciata in una nuova versione sotto il nuovo nome di Instagram.

La decisione di passare da quello che inizialmente era un MVP ad un PMF affidandosi all’analisi dei dati fu pienamente azzeccata dato che poco dopo aver attuato questi cambiamenti Instagram divenne un app di assoluto successo tant’è che venne acquisita poco dopo per un miliardo di dollari da Facebook.

Questo secondo me è un caso su cui occorre soffermarsi a riflettere.

Infatti, la storia delle origini di Instagram oltre ad essere un’altro ottimo esempio che ci fa comprendere l’importanza dei dati è soprattutto un caso emblematico che mostra come non sempre quello che noi  pensiamo possa essere un prodotto super fico poi sarà percepito allo stesso modo dai nostri clienti.

Di conseguenza analizzare i dati ed il modo in cui i nostri utenti utilizzano il nostro prodotto è assolutamente fondamentale nell’ottica del perseguimento del PMF.

 

Libri di growth hacking

Attualmente, dal punto di vista bibliografico, il tema del growth hacking non presenta un grandissimo numero di letture.

Tuttavia, qualora volessi approfondire maggiormente il tema sul growth hacking oltre a continuare a leggere il nostro blog (ovviamente) puoi dare uno sguardo a questo articolo dove ho raccolto i migliori libri sul growth hacking. 😉

Tuttavia, se dovessi selezionare qualche libro particolarmente “must read” ti suggerirei Lean Startup, Lean Analytics, Growth Hacker Marketing, Hacking Growth e Pre-Suasion. Questi sono i miei preferiti! 😀

Corsi di growth hacking

Proprio come per il discorso dei libro in Italia anche i corsi sul growth hacking scarseggiano.

A mio modo di vedere in Europa i migliori corsi sono quelli della Growth Tribe che vengono svolti sia a Londra che ad Amsterdam.
Se proprio non vuoi andare all’estero, o se magari non parli molto l’inglese, una buona soluzione potrebbero essere i corsi di Tag Innovation School. La Tag School ha sedi sia a Roma che a Milano quindi potrebbe tornarti più comoda.

Se invece sei alla ricerca di una soluzione più soft posso fornirti anche in questo caso un paio di alternative anche se in Inglese.

Se ti piace l’idea di un corso gratuito sul growth hacking allora potrebbe piacerti ancora di più l’idea di una libreria di corsi gratuiti. Per accedervi non devi far altro che compilare il modulo verde che trovi in alto o cliccare qui.
I corsi sono in Inglese, ma comunque gratuiti quindi magari puoi fare un tentativo.

È un fatto recente che risale allo scorso Aprile.

La bevanda più amata al mondo (ma le cui vendite erano recentemente in calo) ha deciso di sostituire il proprio CMO(Chief Marketing Officer) per istituire una nuova figura professionale.
All’interno del proprio organigramma Coca-Cola ha infatti istituito il ruolo del CGO (Chief Growth Officer).
In poche parole un growth hacker.


Coca-Cola & Growth Hacking

Una decisione sofferta, ma necessaria.

Sappiamo tutti quanto siano popolari ed apprezzati gli spot pubblicitari della Coca-Cola.
Negli ultimi anni, infatti, grazie alle proprie campagne di comunicazione Coca-Cola è riuscita ad entrare sempre più nel cuore delle persone ed aumentare la propria popolarità ed awareness.

C’era però un piccolo problema. Sebbene infatti l’awareness aumentasse, altrettanto non si è potuto dire per le vendite. Queste infatti negli ultimi anni sono diminuite e non di poco.

Nell’ultimo quinquennio gli investimenti in comunicazione sono stati elevati, ma il ROI non lo è stato altrettanto, dato che le vendite sono calate di circa l’8%.

Da qui la decisione di sostituire la figura del marketing manager. La sensazione era infatti che servisse qualcuno che fosse in grado di attirare utenti piuttosto che aumentare la notorietà del brand.
Questa figura quindi non poteva non essere un growth hacker.
Questo ruolo sarà ricoperto da Francisco Crespo, già alla guida di Coca-Cola Messico.

Secondo i piani, la figura del growth hacker all’interno dell’organigramma di Coca-Cola sarà posta subito sotto a quella del CEO a cui riporterà direttamente.

Inoltre, il primo growth hacker di Coca-Cola non si occuperà solo di marketing e comunicazione, ma, come abbiamo, detto anche di user engagement e user experience.
Oltre a questo Crespo si monitorerà anche gli insights e guiderà i processi di innovazione.

Coca-Cola quindi pensa al futuro e rivede il proprio modo di fare marketing. Staremo a vedere se i risultati le daranno ragione.

Growth Hacking e grandi aziende

Molto spesso si sente dire come il growth hacking sia un fenomeno o un approccio di marketing che riguarda solo le start-up. Come abbiamo visto non è così.

Il growth hacking nasce nel mondo delle start-up a causa di una necessità: fare marketing ed attirare utenti senza avere un grosso budget a disposizione.
Quindi per far questo si utilizzano canali di marketing non convenzionali che permettono di raggiungere solo gli utenti potenzialmente interessati a divenire nostri clienti.
Il tutto viene poi monitorato con un’attenta analisi dei dati finalizzata ad evidenziare quale delle nostra strategie stia lentamente funzionando.

Se questo approccio funziona per le start-up senza un grosso budget alle spalle, immagina cosa sarebbe possibile fare per una multinazionale.

Il problema per i marketer di oggi è che le persone vengono continuamente raggiunte da ogni tipo di distrazione e messaggio.
Diviene quindi difficile essere notati. Soprattutto se spendiamo forze e risorse per cercare di farci notare da chi non è interessato a noi. Meglio allora concentrare i nostro sforzi solamente sulle persone giuste.

Questo lo ha capito Coca-Cola. E lo stesso stanno facendo anche altre grandi aziende come Microsoft ed IBM.

Forse la figura del marketing manager tradizionale è destinata all’estinzione, o perlomeno costretta all’evoluzione in quella di un growth hacker.

È uno dei brand più importanti del mondo, e uno dei più influenti anche in Italia; ha contribuito ad avvicinare gli utenti agli acquisti online grazie alla possibilità di scegliere tra milioni di prodotti a prezzi convenienti, azzerando le distanze intercontinentali; si è lanciato di recente anche nel settore food e, soprattutto, ha sviluppato un software in grado di funzionare con un personal shopper per l’abbigliamento. Tutto questo ha reso Amazon non solo il re degli acquisti online, ma anche del marketing automation.

 


La strategia di Jeff Bezos

Questa è solo una piccola sintesi delle caratteristiche di Amazon, la società fondata da Jeff Bezos che ha continua a conquistare milioni di clienti in tutto il mondo, confermandosi come il marketplace più importante a livello globale, ampliando inoltre il proprio business a settori “diversi” come produzione di film e serie tv di grande successo o dispositivi tecnologici che rispondono (in tutti i sensi…) alle esigenze di una vasta fetta di pubblico.

Gli acquisti online su Amazon

La posizione di leadership è stata raggiunta grazie a una strategia davvero accurata, che ha da un lato rinforzato il core business (la vendita online) e dall’altro, come accennato, ha allargato i confini dell’azione societaria. Per questo, continuano ad aumentare il magazzino di prodotti e il numero di rivenditori che operano attraverso la piattaforma di Bezos, con tutto vantaggio per gli utenti, che possono anche ottenere altri risparmi grazie ai buoni sconto Amazonriscattabili su piattaforme specializzate nei codici sconto online, e allo stesso tempo si susseguono notizie di acquisizioni e innovazioni.

Nuove opportunità per i fashion victim

Proprio poche settimane fa, ad esempio, Amazon ha ufficializzato di aver raggiunto un’intesa per l’acquisto di Whole Foods Market, nota catena di supermercati per la vendita di prodotti biologici, che dunque rappresenta una nuova leva per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari su cui sta puntando il colosso americano. Un’altra importante accelerazione è quella che riguarda Amazon Prime, il servizio di abbonamento che offre l’accesso a moltissime funzionalità utili, a cui si aggiunge una modalità davvero interessante per i fashion victim.

Uno scossone alla moda online

Gli abbonati a Prime, infatti, possono ora usufruire di un nuovo servizio integrato, chiamato Amazon Prime Wardrobe, che permetterà loro di ricevere direttamente a casa i capi d’abbigliamento visti sulla piattaforma online, provarli e solo in seguito decidere se acquistarli oppure restituirli. Una modalità che quindi potrebbe rappresentare una piccola rivoluzione nel settore moda, dove proprio l’effettiva prova risulta spesso una delle variabili più complesse, tra taglie differenti e questioni di gusto.

La prova a casa

In parole povere, gli utenti di Amazon possono contare su una serie di privilegi, a cominciare dalla gratuità del servizio; inoltre, come accennato, hanno a disposizione una settimana per provare dal vivo il capo di cui hanno visto soltanto foto e letto recensioni online, al termine della quale possono finalizzare l’acquisto oppure, in caso contrario, restituire la confezione al mittente. Un’opzione che può essere sfruttata su milioni di accessori e abiti presenti nel catalogo di Amazon, dove non mancano i brand più famosi della moda, come Adidas, Hugo Boss, Calvin Klein e Levi’s, e che “rischia” di rivelarsi una ulteriore alternativa al tradizionale shopping in negozio.

Un alleato futuristico per il look

Sempre nel campo della moda e dell’abbigliamento, poi, Amazon aveva già annunciato lo sviluppo di Echo Look, un dispositivo tecnologico che funziona tramite comandi vocali e che è in grado di offrire utili consigli sul look, appunto, e sullo stile del capo di abbigliamento che si intende acquistare, valutato sulla scorta delle informazioni inserite nel sistema (che riguardano sia l’aspetto fisico del cliente che il suo stile usuale).

Google Hire, una nuova piattaforma targata Google dedicata al mondo del lavoro.

Credo che non sia una sorpresa questa ultima mossa di Google.

Ma andiamo per ordine.

Ad inizio aprile Google ha mandato live un nuovo servizio denominato Google Hire.

Il servizio tuttavia non è ancora stato annunciato ufficialmente e non è quindi possibile effettuare l’accesso o registrarsi.

Se intanto voleste dare uno sguardo al portale di Google Hire potete farlo cliccando qui.

Scopriamo di di più su Google Hire.


Cos’è Google Hire

Da ormai molti anni Google fa parte della nostra vita e del nostro modo di informarci.

Il motore di ricerca “multicolore” mette ogni giorno a nostra disposizione notizie, immagini, informazioni su attività commerciali e molto altro.

In questo “molto altro” da oggi possiamo includere anche la ricerca di un lavoro.

 

Google Hire renderà infatti possibili ai datori di lavoro o ai responsabili delle risorse umane di postare le proprie offerte su questa nuova piattaforma, per poi gestirle direttamente da li.

Insomma un tutto incluso sia per chi il lavoro lo offre, sia per chi lo cerca.

Diverse aziende stanno già testando questa soluzione che sembra sia stata sviluppata da Google ed una propria divisione cloud, la startuo Bebop acquisita da Google nel 2015.

Questa mossa di Google segna senza alcun dubbio l’inizio di uno scontro con il social media numero uno legato al mondo del lavoro: LinkedIn.

Se la natura di Google Hire è di base un’altra, ossia quella di snellire il modo in cui oggi si cerca o si offre un lavoro, siamo pronti a scommettere che non sia tutti qui.

Staremo quindi a vedere le prossime mosse di Google.

Ma staremo a vedere anche come reagirà Microsoft che ha acquisito LinkedIn solamente qualche mese fa.

Dal canto nostro continueremo a tenere d’occhio la questione e a fornivi tutti gli aggiornamenti. 😉